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Bernasconi Franco
 

 

 

Biografia di Bernasconi, Franco (29 luglio 1943 - 2 febbraio 2011)

Collezionista

La collezione del Signor Franco Bernasconi di Tesserete, offerta alla Fonoteca Nazionale Svizzera nel .2005 è stata costituita dal Signor Franco Bernasconi nel periodo che va dalla seconda metà degli anni cinquanta agli anni ottanta. La collezione offre una bella panoramica del jazz che un melomane poteva ascoltare in quegli anni in Ticino. Segnaliamo inoltre che il Signor Franco Bernasconi univa la passione del vinile alla passione dello strumento della batteria. In seguito si trova il catalogo della collezione e una testimonianza personale del Signor Franco Bernasconi.

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COME MI SONO INNAMORATO DEL JAZZ NEGLI ANNI 50

(Franco F. Bernasconi, Lugano-Tesserete, per Fonoteca Svizzera)

La mia storia con il jazz comincia molto presto, attorno alla metà degli anni 50, e molto presto perchè avevo circa 12 o 13 anni e frequentavo la prima ginnasio. A casa mia non c'era nessuna particolare cultura musicale, salvo il fatto che mi spedivano regolarmente a lezione di piano. La cosa mi pesava: il maestro era bravo e paziente, ma la musica che mi impartiva non mi piaceva, e così non ho imparato quasi nulla. Devo confessare che i primissimi dischi che ho avuto non erano di jazz, ma erano di Bill Haley and his Comets, e già lì sorse un bel problema perchè in casa c'era soltanto un "grammofono" a manovella con la puntina di acciaio. Fu necessario comperare un giradischi "moderno", e fu un baracchino che funzionava mettendo gli spinotti nella radio.

Ma il destino lavorava nell'ombra. Devo premettere che al ginnasio c'era l'ora di canto, e il nostro docente era l'esimio professor Nodari, uomo di grandi meriti. Noi lo avevamo soprannominato "Il Tubo", perchè portava pantaloni detti "a tubo" che allora andavan di moda, e che contrastavano curiosamente con la sua corporatura piuttosto florida.

In breve: Un bel giorno, senza che nessuno gli avesse detto niente, il "Tubo" affermò: Soprattutto non ascoltate il jazz, che è una musica orribile. Capirete! La frase perfetta per indurre un giovincello curioso, timido e velleitario come me a fare proprio quello, che allora nemmeno sapevo che cosa fosse, il Jazz. Andai immediatamente a comperare il libro Enciclopedia del Jazz del dott. Giancarlo Testoni e lo tenni come livre de chevet, studiandolo quasi a memoria. Ma non è tutto. Scoprii ben presto l'esistenza di una rivista italiana, Musica Jazz, fatta con tre soldi da appassionati italiani, e ogni mese ne aspettavo l'uscita con impazienza. Non è finita. Per compagno di banco avevo uno che si chiamava Imer Pattacini, un ragazzone alto il doppio di me, che era il fratello minore di Iller Pattacini, musicista, collaboratore della RSI e jazzista. Una coincidenza di questo tipo, beh, io l'interpretai subito come la volontà evidente di Chi E' Più Grande Di Noi, e mi buttai con tutta l'anima nella materia. Cominciai a comperare dischi. Prima a 45 giri che costavano meno, poi passai ai Long-Playing da 30 cm e grazie papà e mamma che erano generosi. Ascoltare e capire, o almeno intuire, quella musica, lo confesso, era duro. Era difficile, complicata, imprevedibile, assolutamente non orecchiabile. Allora tutta la critica italiana era unanime nel glorificare il cosiddetto "cool jazz", una corrente che interpretava il jazz come una specie di musica da camera, e che era ancora meno immediata di altre forme di jazz. Per fortuna scoprii ben presto Charlie Parker, e Sonny Rollins, e altri e vi trovai una soddisfazione, chiamiamola reciprocità, che a poco a poco rese la mia vita un po' meno infelice. Perchè in realtà io invidiavo i compagni che si portavano a casa Elvis Presley, e Neil Sedaka e in generale il pop che cominciava a prendere piede. Ma non mollavo il mazzo (ero testardo). Così arrivò Miles Davis ... ma prima devo dire che un bel giorno mi vergognai del mio giradischi e mi rivolsi a mio padre e gli dissi: Papà, qui bisogna fare qualcosa. Egli fu generoso e andammo insieme a comperarne uno nuovo. Il Papà non solo digerì un Thorens TD 124 che era il top e che per quei tempi costava una cifra enorme, ma mi prese anche amplificatore e altoparlanti, perchè quel giradischi - appunto - girava i dischi e basta. Questo giradischi ha accompagnato tutta la mia vita, con revisioni e bracci nuovi, e funziona ancora.

Munito ormai di un vero "stereo" il mio impegno con me stesso non poteva demordere, così comperavo dischi su dischi man mano che uscivano, per meglio dire man mano che arrivavano a Lugano, perchè rispetto all'America giungevano con grandissimo ritardo. Nel frattempo avevo allargato le mie letture verso la Francia (Jazz Hot) , un paese dove i musicisti così glorificati dalla critica italiana venivano un po' ridimensionati, e si proponevano già musicisti di quella corrente che stava per diventar nota con il nome di Hard-Bop. Ne ricavai l'autorizzazione per cominciare a esplorare un altro universo, ossia quello di Art Blakey e dei suoi Jazz Messengers. (Qui comincia un'altra storia, ne parlo dopo). Miles Davis, a cavallo del "cool" ma già in viaggio per altre sponde (Tempus Fugit, Walkin') mi causò un periodo di grandissima crisi, ma che per fortuna non durò molto. Avevo comperato l'Album "Cookin' " (era il 57 ?). Ascoltatolo una prima volta, mi dondolavo avanti e indietro e alzavo le braccia al cielo completamente sperduto e disperato, esclamando: Ma cosa fanno, ma cosa fanno? C'era già Coltrane, e la famosa Rhythm Section, e io non riuscivo a seguirli.

La cosa andò avanti per un pò, finchè un bel giorno "ci sono entrato" senza nessuno sforzo - e da allora, lo dico davvero, non ho intenzione di uscirne, nemmeno adesso. Insomma l'ho capito all'improvviso, o meglio intuito. Fino ai 18-19 anni fui un vero fanatico del Jazz e attendevo con una vera ansia i nuovi dischi che potevano arrivare dall'America, in particolare quelli di Coltrane, e anche quelli della Blue Note. Ricordo che passavo pomeriggi interi in un negozio che oggi non c'è più, si chiamava Colombo Estudiantina, in via Canova. Anche perchè ci stava una signorina graziosissima che, ho saputo poi, ha sposato uno dei tecnici che lavoravano nella ditta di mia madre. Da fanatico zelante qual ero tentai anche la via del missionario ( ossia " Jazz messenger " ) organizzando un paio di audizioni di dischi dopo scuola, in un'aula del liceo, a beneficio dei miei compagni. Allo scopo, mi caricavo di un enorme giradischi che era portatile per modo di dire. Non mi risulta di aver convertito nessuno. Insomma: in quegli anni ho avuto al liceo cari compagni di scuola - oggi sono tutti o quasi luminari nel loro campo, io no - purtroppo ho perso mio padre, ma forse i miei "compagni " più cari sono stati Davis, Coltrane, Adderley, Dolphy, Blakey, Philly Joe Jones e tanti altri.

Il Jazz in Ticino in quegli anni non era molto noto e poco praticato. C'era però la luminosissima eccezione di Flavio Ambrosetti, altosassofonista parkeriano di gran qualità, che aveva un complesso di livello europeo - mi ricordo alla batteria un giovanissimo Daniel Humair - che ben presto fu affiancato dal figlio Franco alla tromba, anche lui giovanissimo. Il primo concerto che ho visto fu il loro, e si tenne se ricordo bene una sera alla Casa d'Italia. Ci andai da solo, mi ricordo che tornando a casa fui "affiancato" da due giganteschi poliziotti comunali, che allora si chiamavano "uscieri" e che volevano sapere che cosa faceva un giovanetto per strada a tarda ora. Allora erano tempi così. A un livello più modesto, ricordo che sopra il Caffè Federale, una volta alla settimana, si teneva un pomeriggio di Jazz. Ricordo un trio che faceva capo a Pic Fontana, chitarrista, con alla batteria un Parini che abitava allora presso la Salita dei Frati.

Qui devo spiegare che a 16 anni circa mi sono comperato una batteria completa, perchè prima avevo solo un tamburo e un piatto. Era una Sonor, ma con rullante Premier e due eccellenti piatti Avedis Zildjian. Allora abitavamo a Lugano in via Cattedrale e per fortuna occupavamo due appartamenti sovrapposti, fatto che eliminava il rischio di dar fastidio ai vicini. O quasi. Una sera avvenne il seguente episodio. Era una sera d' estate, tutte le finestre erano aperte, quando nel silenzio generale somministrai un "crash" fenomenale al mio Zildjian più grande. Mentre l'onda sonora ancora si smorzava, dal fondo del cortile interno si udì una voce. Era una signora che abitava due piani sotto che, rivolgendosi alla domestica, disse: Giüsepina, chi l'è che ha sctranüdaa?

Ho imparato a suonare la batteria seguendo i dischi, prima cercavo di imitare Kenny Clarke, poi Max Roach, poi Art Blakey, alla fine Philly Joe Jones che per me rimane il più grande di tutti. Imitarlo era molto difficile, le sue invenzioni erano strabilianti. La propulsione che mette in "Blues by Five", il lavoro che fa in "Tin Tin Deo" con Art Pepper, la sua tecnica tutta speciale del "high-hat" mi ossessionano ancora oggi. Ho provato a seguire delle lezioni. Mi sono rivolto a quel Parini che suonava con Pic Fontana, ma non ci fu un seguito. Lui aveva qualche anno più di me e correttamente voleva insegnarmi i fondamentali, ma io ero impaziente e volevo suonare come Philly Joe (che forse lui conosceva poco). Nel 1962 ho avuto la fortuna di avere una specie di "club" in Via Vanoni a Lugano, che era una bella cantina di una casa appartenente a mia madre. (1) Spesso fungeva da discoteca "ante-litteram" con i compagni del liceo, ma vi trasferii anche la batteria e allora, per un certo periodo, arrivavano altri giovani appassionati di jazz. Tutti insieme cercavamo di eseguire qualche brano famoso, ricordo specialmente "Milestones" e "Blues March" . C'erano Duca Marer (alto sax), oggi professore di musica, Nando Bernardinello (trombone), Yeti Grigioni (con un enorme registratore), Bassi (al basso), un Chiesa ( alto sax) venuto da Bellinzona che suonava meglio di tutti, ecc. Allora l'entusiasmo era molto, le capacità modeste. Ma secondo loro io suonavo bene, secondo me anche: però non chiedete oggettività a un dilettante entusiasta.(2)

In un'occasione ricordo che ci trasferimmo tutti a Gandria, in una bella casa sul lago appartenente al sig. Baggi, per suonare assieme a suo figlio che era un ottimo pianista. E' ben possibile che fosse il Denis Baggi oggi informatico di alto livello e esperto di Jazz, non lo so, l'ho incontrato solo quella volta (3).

Nel 1963 l'esperimento del "club" era già finito. Finì la prima magica gioventù, iniziarono gli studi, poi il lavoro, a poco a poco ci siamo persi di vista tutti come succede in questi casi, il jazz non l'ho perso di vista ma lui ha perso di vista me, Coltrane ha peggiorato il suo complesso, Miles Davis è diventato una quasi rock-star e certo "free" di bocca buona non mi è mai piaciuto.

Il Jazz occupa tuttora una parte importante delle mie predilezioni, ma assieme a tante altre cose, interessi che condivido da anni con mia moglie. Che non ama affatto il Jazz (piuttosto la lirica), ma ne tiene conto e talvolta mi sorprende con qualche giudizio fulminante. Una sera l'anno scorso mi disse: Va a guardare la tele, c'è Estival Jazz e fanno una gran bella musica. Io chiesi: Come fai a dirlo? Semplice, disse lei, il pubblico è immobile, esterrefatto, e ha un muso lungo un metro. (C'era Herbie Hancock che faceva cose molto complicate e una ritmica di serie A, con Teri Lynn Carrington che suonava quel che ci andava ma niente di più).

Confesso che nella mia vita non ho mai approfondito veramente nulla, e nemmeno gli aspetti più tecnici e teorici del Jazz. Forse lo farò in futuro. Ma mi sono sempre più o meno assolto con questa considerazione di manica larga: se un dilettante entusiasta approfondisce qualcosa, allora la cosa diventa seria, e allora è appunto seria e non allegra, e finisce il diletto.

C'è un tempo per ogni cosa e dopo aver lavorato circa 37 anni nel finanziario mi sono pensionato all' inizio del 2005. In questa prospettiva, ho pensato di dare una dignitosa pensione anche alla collezioncina di Jazz della mia gioventù. Sono molto contento, e onorato, che la mia piccola collezione sia stata accettata dalla Fonoteca Svizzera. Ha un solo piccolo pregio: quello di essere stata fatta "quando le cose succedevano", in un periodo di enorme creatività e di personaggi straordinari del Jazz. (Febbraio 2005).

NOTE

(1) Il "club" si chiamava "Cueva del Pedro" in ricordo di un professore del liceo. La cantina era antica, bella e suggestiva, attrezzata e arredata con molto impegno di tutti. Nell'estate del 1962 godette di una certa notorietà locale, per una serie di articoli del Corriere del Ticino, il cui direttore di allora abitava proprio dirimpetto e deplorava disturbi e schiamazzi. Erano tempi felici in cui qualche schiamazzo rappresentava un "major event". Con il senno di poi, riconosco che aveva ragione lui, ma cosa volete, beata gioventù. Comunque vi furono articoli del tipo "Far West in via Vanoni" e anche una bella vignetta, che allego.

(2) I titoli menzionati in queste righe sono:

(3) Era proprio lui. Ho avuto il grandissimo piacere di rivederlo (43 anni dopo !) ad una conferenza tenuta da lui. Guru e maestro impareggiabile, oltre che musicologo, storico e musicista di valore, è autore di un libro (multimediale) di alta quota, ossia: "Capire il Jazz. Le Strutture dello Swing", Ed. Istituto CIM della Svizzera Italiana, 2001.
Chi non lo compra perde, non qualcosa, perde molto.
(Aggiunta del 28.5.2005).


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